Il keyword stuffing: un modo di “gonfiare” i testi SEO per una maggiore visibilità in ricerca

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Nel momento in cui si comincia la stesura di un testo ottimizzato in ottica SEO, si cerca sempre di mettere al suo interno un numero indefinito di parole chiave che corrispondono ai trend di ricerca maggiormente digitati nella stringa di Google e altri motori web.

In questa maniera il sito che lo contiene comparirà in alto nell’elenco ricerche, dando così ampia visibilità all’azienda e al prodotto reclamizzato.

Tuttavia il meccanismo delle parole non è così semplice: infatti Google ha sviluppato algoritmi in grado di individuare il cosiddetto keyword stuffing, una pratica poco corretta di SEO marketing di cui ci occuperemo in maniera approfondita di seguito.

Che cosa si intende per keyword stuffing?

Letteralmente l’espressione significa “imbottire di parole chiave”, ed è proprio quello che un buon copywriter non deve fare per aumentare la visibilità di un testo nei motori di ricerca.

Come detto in apertura infatti Google ha sviluppato strategie in grado di individuare espressioni troppo ridondanti nei contenuti, e le penalizza a livello di indicizzazione.

Quali sono le principali tecniche di keyword stuffing?

Tra le principali strategie di keyword stuffing rientrano:

  • l’utilizzo di parole chiave diverse dall’argomento trattato inserite nei tag e nei metadati della pagine. Queste ultime spesso sono a sfondo sessuale, in quanto il sesso è uno degli argomenti più cliccati in genere sulla rete. Questa tecnica viene definita in gergo fake keyword stuffing;
  • la scrittura di una elevata quantità di parole chiave, distribuite sia nel testo che nei metadati, mascherate con diverse tecniche. Questa tipologia di keyword stuffing è invece definita col termine “real”.

Come si possono mascherare le parole chiave all’interno di un testo?

Oltre al testo, una pagina web si compone di varie parti, tra cui vi sono i fogli CSS – ossia il linguaggio nato per separare la formattazione grafica delle pagine web dai contenuti – e i metadati, ossia le informazioni tecniche che descrivono la pagina.

Molti web designer hanno sfruttato in passato queste parti nascoste all’utente per infarcirle di parole chiave, andando così ad incidere sulla visibilità della pagina internet, che come sappiamo è molto importante a livello di marketing, specie se vi sono banner a pagamento connessi a queste.

In particolare ci si è avvalsi delle seguenti tecniche:

  • Inserire nel CSS attributi legati alle parole chiave;
  • Mascherare con lo stesso colore della pagina alcune keyword inserite sul fondo;
  • Utilizzare tag e metadati con all’interno parole chiave che rimandano al contenuto testuale.

Perché il la pratica di keyword stuffing è svantaggiosa per i webmasters?

Oggi però Google non considera minimamente le parole chiave inserite nei tag e nei metadati, così come non segue contenuti non visibili agli utenti, come ad esempio il contenuto dei CSS. Di qui l’inutilità di fatto della pratica del kewyord stuffing e della elevata densità di parole chiave all’interno di un testo.

Infatti i motori di ricerca hanno blacklist apposite dentro cui inseriscono siti che effettuano queste pratiche scorrette, andando di fatto a vanificare tutto il lavoro di SEO che sta dietro a quel testo e a quel sito web in particolare.

Attenti alla densità e alla coerenza delle parole chiave

Per questo è di fondamentale importanza non eccedere con la densità di parole chiave, ma soprattutto a inserire le keyword in maniera coerente e non forzata nel testo, in modo che Google le riconosca come autentiche e non le penalizzi a livello di indicizzazione